Ramacca nella Storia

Dalle Origini al Censimento del 1747-48 di Antonio Cucuzza

RAMACCA AL TEMPO DELLA ANTICA DIOCESI DI CATANIA. APPUNTI PER UNA INEDITA PAGINA STORIOGRAFICA

 LUIGI SANFILIPPO*

Le ragioni

Della storia municipale siciliana, ampiamente affrontata e riletta con una copiosa e recente bibliografia, questo contributo seppur breve, tende ad evidenziare aspetti plurali delle singole ‘città’ nel sistema composito delle pertinenze territoriali, le loro parzialità tra i Valli e le Diocesi che fino dalla fondazione della Sicilia Stato ne indirizzano la governance. É il caso nella Piana di Catania, di Iudica come di Paternò e della terra di Ramacca, su cui fin dalla età Aleramica la «Cattedrale di Catania rivendicherà sempre antichi diritti»1, rimanendovene incardinata al 1844.

Una condizione quella ecclesiologica, indicativa per la storia civile della cittadina provata da fonti inedite sottaciute finora in quanto magari poco consultate, che ci interrogano ancora sulla efficacia di una certa narrazione a proposito della Sicilia anche nella sua dimensione municipale.

Di fatti alla luce dei fondamentali studi storiografici di questi ultimi decenni, non si può nel fare storia di Sicilia, prescindere dal considerarla un’isola di città, percependola anche per questo nella sua multiforme policentricità. Una Sicilia aperta2 per citare la felice intuizione di Domenico Ligresti, partecipe nel mediterraneo, anche in età moderna e contemporanea, dei complessi processi europei, come in ultimo è ben compendiata da Giuseppe Barone et alii nella Storia Mondiale della Sicilia3. Altresì, a ragionare di Mediterraneo non possiamo non considerarla tra le sue aree rivierasche diverse ma omogenee quale parte integrante di quella geografia del sacro nella accezione breschiana, e leggerla come polo di cromatiche polifonie rituali praticate. Quali degli italici, il siculo- greco (romeo o bizantino che si voglia) con le sue varianti: siculo-gallicano; siro- antiocheno e petrino-mozarabico/iberico. Riti, culti e devozioni praticati ad esprimere tra contaminazioni ed integrazioni, etnie, tradizioni e sensibilità diverse insistenti in Sicilia così come nelle aree del Mezzogiorno peninsulare, a formare con i dovuti distinguo, un modello di Ecclesia propria e nazionale – ben oltre ogni anatema tra la vecchia e la nuova Roma o definizione tridentina – e fino alla prima età contemporanea. Ragione per cui la Sicilia da territorio di grazia, dagli epiroti come per i levantini e non solo, è intesa quale approdo sicuro, in ogni tempo. Custode di una spiritualità in essa sedimentata, oggi percepita come un insieme di pie pratiche di religiosità popolare. Echi sapienziali da derubricare ad ambiti di interesse antropologico se non addirittura folclorico.

Tra le ragioni a concludere nel nostro esercizio di storici che scrivono di Sicilia, e non rischiare di fare un prodotto vano seppur virtuoso, non possiamo prescindere dalla Apostolica Legazia o Regia Monarchia, quale istituto giuridico di governo ecclesiale originato dal Quia propeter prudentiam tuam, di papa Urbano, accordato quale privilegio papale al conte Ruggero nel 1088 a conclusione del Meeting di Troina, tra i primi dell’Europa che conosciamo. Fu concesso, meglio negoziato nella fase cruciale della formazione del regno normanno-siculo e rimase in vigore al 1871. In forza dell’atto urbaniano i re di Sicilia, oltre ogni dinamica dinastica e contesto politico-istituzionale diverso, si qualificarono quali Legati nati del pontefice. Come a precorrere oltre ogni obbedienza, le spinte delle chiese nazionali o concordatarie nell’età moderna e contemporanea, la monarchia siciliana e per circa un millennio è legittimata a esercitare, a dire di Domenico Ligresti, «la singolare potestà […] circa sacra», sulla chiesa4. Mentre a riprendere Lionardo Vigo, ciò che lui chiama la Delegazione, fu «segno di eterna invidia a tutti i re cattolici, ed irrimediabile pentimento della curia romana, che i principi inetti, o della Sicilia non giusti estimatori, han poco attrezzato»5.

L’antica diocesi

La ridefinizione geopolitica ed istituzionale data dai Borbone – Farnese agli antichi regni di Sicilia e Napoli con la riedizione delle Due Sicilie quale primizia di stato nazionale, che oggi possiamo definire preunitario, porta a scegliere un modello di monarchia amministrativa quale via partenopea alla modernizzazione. Una opzione testata anche nei domini al di qua del faro, a prescindere dal grado di preferenza. Da ciò l’esigenza di rinnovate politiche volte a favorire il consenso delle emergenti élite urbane oltre le ‘Mastre’ aristocratiche, verso i nuovi assetti istituzionali Duo Siciliani. Incanalandone ambizioni e aspettative su tre capisaldi politici tra loro connesse: la ridefinizione, tra prerogative legaziali e ultimi Concordati, dell’assetto delle Diocesi isolane così pensate in età siculo-normanna con la erezione di nuove; la elettività censuale delle Civiche Amministrazioni; l’elevare le loro piccole patrie a nuove città capoluoghi o di distretto. Nel tempo in cui l’intento della corona è di provare a lucrare una nuova loro fidelitas e provare così a legarli al destino del grande Piccolo Stato napoletano, la cui essence oltre la dissoluzione per Eugenio Di Rienzo «si sarebbe riflesso, così, in quello della Media Potenza italiana e fino ai nostri giorni nel segno di un passato destinato a non passare»6. Del nuovo ordine anche ecclesiastico della Sicilia, la diocesi di Catania ne costituisce un caso. Essa ampia, si snodava adagiandosi sul Val Demone a delimitare il di Noto e il di Mazzara, sin «Dall’epoca normanna, e fino al 1817, confinava con quelle di Messina, Siracusa e Agrigento»7. Dalla sua disarticolazione entro la metà dell’800, vengono erette le nuove diocesi di Piazza Armerina, Nicosia, Caltagirone8 e Acireale da ultima, che con le altre coeve di Noto, Trapani e qualche ridefinizione prelatizia ed archimandriale, vanno a costituire le «diverse circoscrizioni»9 ecclesiali siciliane. Assetti ancora da definire che per più tempo rimangono mutevoli e portano diversi comuni ad essere assegnati avvolte all’una o all’altra delle vecchie e nuove diocesi. La comune di Ramacca è una di queste, il suo distacco da Catania e l’acquisizione alla novella diocesi di Caltagirone – sorta alla soglia del Concordato tra la Santa sede e le due Sicilie10 con la bolla Romanus Pontifex di papa Pio VII del 4 settembre 1816 – è più tarda e risale al definitivo ordine della Provincia ecclesiastica siciliana del 1844, con la bolla del 20 maggio In Suprema di papa Gregorio XVI.

Qualche dato per una ricerca

Diverse le fonti a documentarci del formarsi di Ramacca in età moderna, dei suoi usi civici e identitari anche religiosi, delle dinamiche demografiche nel secolo della fondazione. Dalle carte conservate negli archivi del comune come della chiesa locale a quelle custodite in più istituzioni o ancora i resoconti a stampa, quali la illuminata Descrizione Generale […] del Regno di Sicilia …11, del viceré Giovanni Fogliani Sforza d’Aragona e il più recente studio di Raffaele Manduca su Clero e benefici nella diocesi di Catania …12. La Descrizione … del 1767, pone Ramacca al quarantasettesimo posto

«delle Città, e Terre baronali del Val di Noto», la popolazione conta novanta sette fuochi, con ottanta quattro maschi, dai diciotto ai cinquanta anni, novanta cinque di altre età e cento ottanta cinque Femine indistinte per età, per un totale di trecento sessanta quattro anime.

Dal prospetto del Clero secolare …13, curato da Raffaele Manduca ricaviamo i primi dati demografici disponibili della popolazione ramacchese residente, laica che ecclesiastica, quelli del 1737. Essi ci danno un numero di abitanti pari a duecento sessanta quattro anime con tre preti e un chierico. Altri relativi al quadriennio 1794 al 1798, ci indicano un andamento costante con un leggero incremento. La popolazione infatti varia dalle mille quattrocento ottanta otto anime alle mille cinquecento cinquanta e cinque preti. Una condizione di Ramacca «città nuova» – tra le fondazioni14 e rifondazioni baronali del suo tempo – che denota una certa attrattività dei flussi di mobilità interna, sostenuta anche dalla ricchezza di risorse del territorio e per i diversi assetti post sismici che ne scaturiscono.

Inediti indicatori su Ramacca infine affiorano dal fondo Miscellanea Paesi antica diocesi – Inventario, conservato nell’Archivio Storico della Diocesi di Catania, a costituire la fonte primaria da cui si è tratto spunto per questo articolo. Le Carte dell’antica pertinenza ecclesiastica della cittadina sono Ordinate tra i Fascicoli 120 e 121 e dislogate per Rubriche su sette Carpette, ognuna denominata per argomenti e numerate, esse riguardano:

Clero, 1780 – 1842 (8)

Chiese, 1775 – 1838 (9)

Religiosi, 1826 – 1835 (1)

Matrimoni, 1711 – 1838 (2)

Statistica, 1835 – 1844 (3)

Fedi, 1724 – 1875 (4)

Varie, 1784 – 1835 (5)

Di queste, come ad ispirare più mirati studi ci si è soffermati su alcune carte, quelle relative ai dati di Statistica15. Nello specifico della corrispondenza, le lettere tra il vicariato ramacchese e la curia catanese a partire dagli anni della transizione baronale e degli effetti della abolizione del suo patronato sullo jus ecclesiale. A quelle che seguono al formarsi della nuova diocesi e ne precedono i mutamenti degli equilibri sociali e di potere delle gerarchie urbane da poco in ascesa a Ramacca, ma a cui non sono immuni gli altri centri coinvolti. Altre ancora nel proseguo, documentano la lunga transizione della cittadina ereicese, durata un trentennio, dalla antica alla nuova. Quelle proposte ai lettori si riferiscono al 1815 e poi a segnare questo tempo, dal 1825 al 1835 e fino al 1844.

Da un biglietto di risposta del vicario don Michele Caruso, inviato alla Curia catanese il 25 ottobre 1815, si conosce che la Curia locale è composta da tre ecclesiastici, due regnicoli il vicario don Michele Caruso e il suddiacono don Vincenzo Scuderi, questi con le mansioni di Maestro Notaro e dal cappellano sacramentale della matrice, il belpassese don Domenico Prezzavento.

Un decennio dopo, la «Statistica dei Benefizi, delle Comunità Religiose e Monasterj e delle Dignità Ecclesiastiche della Comune di Ramacca», del 5 aprile 1825, articolato su quattro argomenti: Beneficij; Comunità Religiose e Monasterj; Chiese e Dignità Ecclesiastiche, corredati da Quesiti e Risposte ci dà un quadro alquanto dettagliato dello Stato della Chiesa ramacchese di antica diocesi, di cui si riporta di seguito la trascrizione integrale.

Sui Benefici

Al quesito della Curia Generale di Catania, sulla origine di una eventuale fondazione, natura, patronato, beneficiario e rendita annuale al netto, questa regnicola, laconicamente risponde che «Beneficj in questo Comune di Ramacca non ve ne sono».

Sulle Comunità Religiose e Monasterj

Dei religiosi si richiede lo stato, il numero dei sacerdoti, dei laici professi e delle moniali e se queste siano possidenti o questuanti. Si risponde che «Esiste solamente in questo Comune il convento dé PP. Cappuccini»16 con una comunità formata da cinque padri e da un laico professo, di cui tre sono questuanti. Il padre guardiano (superiore) è il ramacchese p. Giovanni, definito «di buonocarattere».

A proseguire sulle Chiese

Di quelle insistenti nel territorio di Ramacca, la curia generale, come a preparare una improbabile visita pastorale – non c’è ne furono per circa quarant’anni, dal 1807 al 1844

– vuole sapere il numero, le particolarità, lo stato delle fabbriche delle chiese e degli arredi come della qualità del culto, quali criticità evidenziate, i rimedi eventuali. La risposta al dato demografico, indica che la popolazione ammonta a mille settecento quattordici anime, ci prova una Ramacca impegnata a testare il travaglio della fine delle antiche prerogative baronali sulla chiesa locale o particolare. Essa attesta la presenza di un’unica chiesa matrice,17  la sua estensione «bastante pella popolazione», ma povera

«non ha niente perché prima dell’epoca del 1813 […] di patronato dell’ex barone di questa detta, comune» il quale provvedeva per il culto come per gli arredi ed i salari. Assicurando però che il culto non viene trascurato, anzi ne marca lo zelo, non manca in calce la richiesta che l’ex barone venisse ancora vincolato ai suoi obblighi di patronato, seppur morali ormai, a ragione anche delle sue continue elargizioni di fondi ed istituzioni di messe beneficali.

E le Dignità Ecclesiastiche

Si chiede degli ecclesiastici lo Stato, il numero e le funzioni eventuali. Al che il Vicario Caruso risponde che con lui, viceparroco, vi sono altri quattro sacerdoti cappellani sacramentali e sono: Vincenzo Scuderi; Giuseppe Fisichella; Francesco Lizio e Antonino Costa. Conclude col ribadire che la chiesa di Ramacca non essendo una Collegiata, manca di altre dignità connesse, quali canonici, beneficiari, diaconi e suddiaconi.

Una successiva Nota del 15 luglio inviata alla curia vescovile etnea ci dà dettagliati dati demografici specifici del clero locale. Leggiamo così che il vicario e viceparroco18 Michele Caruso ha trentaquattro anni; Domenico Prezzavento, cappellano sacramentale, cinquanta cinque; Giuseppe Fisichella, senza facoltà di confessare, trenta otto e Vincenzo Scuderi, chierico suddiacono, appena ventidue. Quest’ultimo addetto alla cancelleria, annota che il vicario è in attesa del rinnovo della sua Patente così come anche lui della sua Pagella per continuare a svolgere le funzioni di «Maestro Notaro della Corte Spirituale» da quando il titolare, il rev. Don Francesco Apa19 è ritornato ad abitare nella sua Stella Aragona (Belpasso).

Il vicariato, da Caruso a Grasso

Nel prosieguo di questa nostra indagine statistica sulla Ramacca in antica diocesi, un’altra Carta degli inizi degli anni Trenta, l’ultima del vicario Caruso, è interessante per le informazioni sulle titolazioni, culti e devozioni già presenti in quegli anni a Ramacca a definire l’appartenenza e le fondamenta della identità sia religiosa che civica della sua gente che si fa comunità.

Sullo Stato delle chiese «che esistono in questo Comune di Ramacca e suo territorio […] Diocesi di Catania, Valle di Catania», il vicario Caruso, risponde che a quella aggregata al Convento dei Cappuccini, «esiste la Chiesa Madre, ed unica Parrocchiale sotto il titolo del Santissimo Crocifisso, […] si celebra una messa cotidiana (sic)! Ed altre poche messe annue fondate, si celebra la festa di nostra Signora della natività come pure la festa del Patriarca San Giuseppe […] non ha vendite, ne esistono legati […]   e viene mantenuta per carità dei fedeli». Aggiunge infine che non vi sono

«Congregationi di sorta alcuna, né Eremiti».

* Questo intervento è stato presentato al Convegno di studi Sicilia millenaria. Dalla microstoria alla dimensione mediterranea, V edizione, tenutosi il 5 e 6 novembre 2022 a Ramacca (CT).

** Università di Catania. ginosanfilippo60@gmail.com.

1 HENRI BRESC, Dominio feudale, consistenza patrimoniale e insediamento umano, in Chiesa e Società in Sicilia, L’Età normanna, a cura di Gaetano Zito, SEI, Torino, 1995, pp. 95-96.

2 D. LIGRESTI, Sicilia aperta (secoli XV-XVII). Mobilità di uomini e idee, Mediterranea, Palermo, 2006.

3 Storia Mondiale della Sicilia, a cura di G. BARONE, Editori Laterza, Bari-Roma, 2018.

4   D. LIGRESTI, Sicilia Aperta (secoli XVI-XVII) …, cit., pp. 184-354.

5 Sull’opera politica di Leonardo Vigo, si veda il più recente L. VIGO, Protostasi sicula o genesi della civiltà, a cura di GIACOMO GIRARDI, Roma, 2017, p. 354; della storiografia sulla Legazia si rimanda a F. SCADUTO, Stato e chiesa nelle Due Sicilie. Dai Normanni ai giorni nostri, Palermo 1887, (rist. Palermo 1969); M. CONDORELLI, La cultura giuridica in Sicilia dall’Illuminismo all’Unità, Catania, 1982; S. FODALE, L’Apostolica Legazia e altri studi su Stato e Chiesa, Messina, 1991; La Legazia apostolica. Chiesa, potere e società in Sicilia in età medievale e moderna, a cura di S. VACCA, Storia e cultura di Sicilia, Caltanissetta-Roma, 2000; M. T. NAPOLI, Mito e tradizione giuridica catalano-aragonese: alle origini della Regia Monarchia di Sicilia, in Diritto e Religioni, I, 2006, pp. 337-410.

6 E. DI RIENZO, Il Regno Delle Due Sicilie e le potenze europee, 1830-1861, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2012, p. 2018; sulla Sicilia policentrica, tra prerogative di nazione, declassamenti, nuove opportunità e assetti amministrativi si rimanda in ultimo a G. BARONE, Città in guerra. Sicilia 1820–1821, Editori Laterza, Bari-Roma, 2022.

7 Sulle nuove diocesi in Sicilia, si veda G. ZITO, La fondazione della diocesi di Caltanissetta, in Synaxis, 15, Catania, 1997, Studio Teologico S. Paolo e Istituto per la documentazione e la ricerca S. Paolo, pp. 311-352; ID., Nascita di una nuova Diocesi: Noto 1778-1844, in «Synaxis», 16, Catania, 1998, Studio Teologico S. Paolo e Istituto per la documentazione e la ricerca S. Paolo, pp. 582 segg.; ID. Sintesi di Storia della Diocesi, in «Archivio Storico Diocesano di Catania», Inventario, a cura di G. ZITO, Edizione Arca, Catania, 1999, p. 16.

8 La volontà di erigere Caltagirone a sede vescovile è già dell’età moderna, più volte reiterata, viene rilanciata nel 1778 dal parlamento siciliano nel pieno delle politiche riformiste e fatta propria da Ferdinando III per la Sicilia. Per l’erezione del Vescovato di Caltagirone il 4 settembre 1816 si rimanda a W. MATURI, Il Concordato del 1818 tra la Santa Sede e le Due Sicilie, Felice Le Monnier, Firenze, 1919, p. 75; R. MANDUCA, La Sicilia, la Chiesa, la Storia. Storiografia e vita religiosa in età moderna, Centro A. Cammarata, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta, 2012, p. 243.

9 A. LONGHITANO, Le Relazioni «Ad Limina» della Diocesi di Catania (1595-1890), II, Giunti – Studio Teologico S. Paolo, Catania, 2009, p. 716.

10 W. MATURI, Il Concordato del 1818 tra santa Sede e le Due Sicilie, cit., pp. 134 segg.

11 Descrizione Generale dé Fuochi, Anime e Facoltà allodiali si stabili, che mobili del Regno di Sicilia […] pubblicata nel Governo dell’Eccellentissimo signore Don Giovanni Fogliani di Aragona […] Dalla Illustrissima Deputazione del Regno, Impressa in Palermo nella Regia Stamperia di D. Giacomo Epiro, 1767, pp. 18-19.

12 R. MANDUCA, Clero e benefici nella diocesi di Catania fra Seicento e Settecento, in Chiesa e Società in Sicilia, I Secoli XVII-XIX, a cura di G. Zito, SEI, Torino, 1995, pp. 135-194.

13 Ibidem.

14 Sui processi di colonizzazione e nuove fondazioni interne nella Sicilia moderna, Cfr., M. AYMARD, Le città di nuova fondazione in Sicilia, in Storia d’Italia, Annali, 8, Insediamento e territorio, a cura di C. DE SETA, Einaudi, Torino, 1985; pp. 407-414; nello specifico su Ramacca (1737), D. LIGRESTI, Dinamiche demografiche nella Sicilia moderna (1505-1806), Franco Angeli, Milano, 2002, pp. 89 e 194-195.

15 Archivio Storico Diocesano, Miscellanea Paesi antica diocesi, Ramacca, Statistica,1825-1844, F.

120, C. 3, n.n. Ringrazio Paolo Isaia per la proverbiale cortesia e competenza.

16 ANTONIO CUCUZZA, Di Ramacca, del Convento dei Cappuccini e della chiesa di S. Giuseppe, «Agorà», 65-66, 2018, pp. 40-45.

17 ANTONINO CUCUZZA, Chiesa Matrice-Ramacca, Le chiese matrici della Diocesi di Caltagirone, a cura di Vito Valenti, Grafiser, Troina 2017, pp. 150-162.

 

18 Si ricorda che oltre Trento e fino al 1926, la diocesi/arcidiocesi di Catania ha un unico parroco, il vescovo.

19 Francesco Apa e Asero, sacerdote e canonico, appartenente ad una famiglia del notabilato belpassese. Egli è fratello del più celebre Salvatore, medico ed erudito, per i suoi studi in campo medico fu riconosciuto da più sodalizi accademici scientifici in ‘patria’ come in Francia. AA.VV., “Nino Martoglio”, la Figura e l’Opera, a cura di GIUSEPPE SAMBATARO, per conto della BPB, Belpasso, 1984, pp. 141-142, notizie datemi da Lorenzo Laudani che ringrazio, A. LELLO, Gli Statuti delle Confraternite di Belpasso, Puntografica Belpasso, 2016, p. 40.